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PICCOLO LESSICO DELLA POLITICA ITALIANA/1
Temi eticamente sensibili= modalità tipica di varie forme di pensiero reazionario per definire problemi politici ai quali non si possono dare soluzioni accettabili da parte della Chiesa Cattolica.
Ieri sera ho visto “l’infedele”, ed era una puntata dedicata al PD. C’era una tizia che diceva di essere teo-dem, e si chiamava Rossi Baio, poi altri tizi più o meno “giovani” del PD e infine Ida Dominijanni. Tutti parlavano molto a lungo per dire cose che molto spesso non si capivano, ma che sospetto dovevano essere molto semplici; la tizia teo-dem sosteneva che il PD deve avere una linea sulla questione del testamento biologico ma poi non diceva quale linea debba essere, né quale linea lei preferiva, ma soltanto che lei non voleva firmare il documento contenente gli emendamenti del PD al disegno di legge della maggioranza. Ida ad un certo punto ha fatto una domanda alla tizia teo-dem: perchè la corrente di cui è parte ha voluto combattere la dittatura eugenetica della Tecnica cattiva nel caso dei referendum sulla procreazione assistita e ora sul testamento biologico si schiera a favore della tecnica buona a servizio della Vita? Il conduttore l’ha bruscamente fermata sostenendo che si trattava di una questione interessantissima ma che ci avrebbe portati troppo lontano perchè in quella puntata lì si parlava di PD. Bene. La risposta sarebbe stata semplice: perchè nel PD ci sono deputati e senatori che rispondono soltanto a ciò che ordina la Chiesa Cattolica, e la Chiesa Cattolica, essendo un’istituzione pastorale, se ne infischia della coerenza concettuale – la Chiesa Cattolica ordina e basta. Mi sembrava una questione che riguarda il PD, ma vabbe’.
Cosa dicono gli emendamenti del PD? Questo: "L'idratazione e la nutrizione, indicate nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono da considerarsi sostegno vitale e sono comunque e sempre assicurate al paziente in qualunque fase della vita. Nell'ambito del principio di autodeterminazione, nel rispetto dell'articolo 32, secondo comma, della Costituzione, è ammessa l'eccezionalità del caso in cui la sospensione di idratazione e nutrizione sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento". Ci sarebbe già molto da eccepire, ma almeno si dice che chi vuole può dire che se si dovesse trovare nella situazione blablabla potrebbe ottenere la fine di idratazione e alimentazione. Cosa vogliono i teo-dem? Quest’altro: "Alimentazione e idratazione sono forme di sostegno vitale e sono fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono quindi essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Nelle fasi terminali della vita o qualora il soggetto sia minore o incapace di intendere e di volere, la loro modulazione e la via di somministrazione, da commisurarsi alle aspettative di sopravvivenza, alle condizioni del paziente e alla necessità di non dar corso ad accanimento terapeutico, debbono essere il frutto di una interazione e comune di valutazione tra il medico curante, cui spetta la decisione finale, l'eventuale fiduciario e i familiari". I teo-dem, con il PDL, vogliono che nessuno possa, se si trovasse in una situazione blablabla, decidere nulla; i teo-dem vogliono che il medico, il prete e la famiglia decidano per lui o per lei. I teo-dem vogliono che tutti i cittadini e le cittadine italian* siano assoggettati ad un potere pastorale che ordina e basta, vogliono che tutti si rimettano totalmente alle mani che li curano, spiritualmente e fisicamente, vogliono che tra la soggettività e il corpo di ciascuno ci sia un medium con un potere assoluto. In altre parole, i teo-dem vogliono, e con loro il PDL, la Chiesa Cattolica e tutti i cittadini e le cittadine italian* che per un motivo o per l’altro sono d’accordo con loro, dominare i loro avversari politici. Mi sembra abbastanza semplice. Di conseguenza, tutti quelli del PD che non riconoscono la differenza tra libertà di coscienza – e personalmente la coscienza non mi sembra un buon criterio per fare politica, ma lasciamo stare – e volontà di dominio fisico sugli altri, sono loro complici. Altro che biopolitica, questo è un regime parrocchiale.
Che poi a me della bioetica non me ne importa molto. A me piace questo:
“ Persone che non conosciamo, e che non ci conoscevano, hanno fatto in modo che un giorno cominciassimo ad esistere. Hanno finto di credere e si sono immaginati, anche sinceramente, che ci aspettavano. Hanno preparato con molta attenzione e spesso con una solennità un po’ goffa la nostra venuta al mondo. È inammissibile che non ci venga permesso di prepararci a nostra volta con tutta la cura, l’intensità e l’ardore che desideriamo, a qualcosa a cui pensiamo da molto tempo, che abbiamo iniziato a progettare, forse, una sera d’estate durante la nostra infanzia. Sembra che nella specie umana la vita sia fragile e la morte certa. Perché bisogna trasformare questa certezza in un rischio, che a causa del suo carattere improvviso o inevitabile ha l’aria di essere una punizione? Mi infastidiscono un po’ le saggezze che promettono di insegnare a morire e le filosofie che invitano a rifletterci sopra. Bisogna prepararla, organizzarla, fabbricarla pezzo per pezzo, calcolarla, al massimo trovare gli ingredienti, immaginare, scegliere, farsi consigliare, lavorarci sopra per formare un’opera senza spettatori, che esiste soltanto per me, giusto il tempo che dura il più breve secondo della vita. Quelli che sopravvivono vedono intorno al suicidio solo misere tracce, solitudine, incapacità, appelli senza risposta. Non possono evitare di porsi la domanda: perché? Che dovrebbe essere l’unica domanda da non fare di fronte al suicidio. Mi è sempre sembrato strano che si dica: non bisogna preoccuparsi della morte, perché tra la vita e il nulla, in fondo la morte in sé non è niente. Ma non sta proprio lì quel poco che merita di essere giocato? Farne qualcosa, e qualcosa di buono. Si avverte la possibilità di luoghi senza geografia né calendario in cui si entra per cercare, tra gli scenari più assurdi, con partner senza nome, delle occasioni di morire liberi da ogni identità: vi si potrebbe avere un tempo indeterminato, secondi, settimane, forse mesi, fino a quando si presenta, con un’evidenza imperiosa, l’occasione che si riconosce subito come quella impossibile da mancare. Avrà la forma senza forma del piacere, assolutamente semplice.”
Michel Foucault
SESSI E POLITICHE
Una nota sulle vicende di Mara Carfagna e Silvio Berlusconi. C’è molta confusione in merito, e recentemente abbiamo visto, soprattutto dal palco di Pazza Navona lo scorso 8 luglio, come una certa parte di opposizione al governo interpreta la faccenda. Sabina Guzzanti sostiene che a lei non interessa la vita sessuale del premier, ma che se una tizia gli fa un pompino e in cambio viene nominata ministro, e ministro delle Pari Opportunità, la cosa la interessa eccome, la indigna. Travaglio la pensa così, e molta gente la pensa così, anche più di quella che era presente in quella piazza.
Ora, è chiaro che questo tema può essere rubricato sotto l’etichetta Sesso e politica. Ma il punto è che si confondono due concetti sotto la parola ‘politica’, che sarebbe utile distinguere. Con politica si può intendere: a) la sfera delle istituzioni, degli apparati, a cominciare dal Governo inteso appunto come centro delle decisioni politico-istituzionali, il parlamento ecc.; b) la sfera dei rapporti di potere locali e diversificati, non centralizzati e non necessariamente supportati da specifiche istituzioni (per esempio il rapporto tra un medico e un paziente, o tra un marito e una moglie). Ovviamente ci sono intersezioni e interazioni tra le due sfere, ma secondo me sono relativamente indipendenti.
Dal punto di vista a) le critiche di Sabina Guzzanti e degli altri non sono pertinenti, perchè è ammissibile soltanto una critica nel merito dell’operato di un membro dell’istituzione, al livello dei suoi risultati, delle sue competenze, delle sue prese di posizioni pubbliche. Criticare da un punto di vista morale uno o più rappresentanti di un’istituzione è un’operazione sterile, auto-invalidantesi, un’operazione che non fa che riconfermare l’opposizione classica tra privato e pubblico nel momento stesso in cui ne denuncia il travalicamento dei confini.
La cosa diventa molto più interessante dal punto di vista b), perchè diventa un caso in cui la sessualità è il medium, direi addirittura l’ambiente, del rapporto di potere tra un uomo e una donna. Da questo punto di vista la sessualità del premier diventa molto interessante e molto politica, al di là della divisione classica di cui sopra.
I girotondi hanno fatto confusione e come al solito non hanno proposto niente di interessante.
FAMIGLIA.
Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1973-74 sul potere psichiatrico ha compiuto un’analisi interessantissima del ruolo della famiglia. Tra le tante, questo testo fa emergere due questioni (e forse una terza che sarà un po’ tangente rispetto alle altre due).
1) In primo luogo la questione generale del modo in cui Foucault fa un’analisi politica e non una teoria politica, della maniera che ha di interrogarsi sempre sul come, cioè sul funzionamento, del potere e mai sul suo che cos’è, ovvero sulla sua essenza.
2) In secondo luogo, è interessante mettere in risalto un problema forse più specifico rispetto alla storia della psichiatria come particolare tipo di potere, ovvero la questione del rapporto tra le pratiche da un lato e i discorsi, le teorie, i concetti dall’altro. Si può formulare così: come è avvenuto il passaggio dall’esclusione della famiglia dalla pratica terapeutica e dal discorso teorico della psichiatria degli esordi alla famiglia come referente principale della verità psicanalitica e concetto cardine della sua terapeutica?
Infine, il problema che vedremo profilarsi un po’ in controluce (e che, come sapete, verrà ampiamente ripreso da Foucault) è quello dell’articolazione tra il dispositivo psichiatrico e il dispositivo di sessualità.
Per far questo, seguirò parzialmente le lezioni del 28 novembre e del 5 dicembre. Abbiamo dunque visto come Foucault identifichi, a partire dal dispositivo manicomiale, un tipo di potere generalizzato nelle nostre società, il potere disciplinare. Ora, rispetto alle scuole, alle caserme, agli ospedali, alle prigioni ecc., salta agli occhi il carattere eterogeneo della famiglia. La famiglia infatti è una sorta di isola di sovranità nella rete dei dispositivi disciplinari: essa mantiene delle caratteristiche assimilabili alla dinamica del potere sovrano. Foucault ne elenca tre:
1) nella famiglia il polo della massima individualizzazione coincide con il luogo dell’esercizio del potere, ovvero con il padre, colui che da il nome e che esercita il potere nel proprio nome;
2) la famiglia si riferisce, anche ritualmente, ad uno o più eventi del passato che ne costituiscono la fondazione, come il matrimonio e le nascite;
3) nella famiglia resta una trama di rapporti che sono in una certa misura eterotopici, cioè non unificabili in un sistema del tutto coerente (legami locali, contrattuali, di proprietà, impegni personali ecc.).
Bene, nonostante queste caratteristiche, o forse proprio grazie ad esse, la famiglia, nelle società disciplinari, non è affatto un residuo anacronistico, ma svolge al contrario un doppio ruolo essenziale.
a) La famiglia permette di fissare gli individui ai dispositivi disciplinari (è perchè esiste la famiglia che i bambini vengono obbligatoriamente mandati a scuola; è grazie alla pressione dello stato sulle famiglie che si è costituito storicamente l’obbligo del servizio militare; è per far fronte alla trama degli impegni e delle incombenze familiari che sussiste l’obbligo al lavoro).
b) La famiglia è il punto di congiunzione e di scambio tra i diversi dispositivi disciplinari (quando un individuo viene rigettato da un certo dispositivo come anormale o inadatto viene rimandato alla famiglia, la quale a sua volta lo spingerà in un altro dispositivo, per esempio quello psichiatrico).
Da un punto di vista storico questo doppio meccanismo è strettamente correlato alla formazione della famiglia come nucleo ristretto, della cellula che oggi ben conosciamo attraversata dagli assi marito-moglie e genitori-figli. Siamo all’opposto dell’idea di una dissoluzione della famiglia o di una sua marginalità: al contrario, la sua forma ristretta funziona meglio come cardine e cinghia di trasmissione dei differenti dispositivi disciplinari.
Altra conseguenza importante è la nascita, nella seconda metà del XIX secolo, dell’”assistenza sociale” [qualcuno, come J. Donzelot, si spinge oltre e parla in proposito di nascita del concetto di “sociale” e della scienza umana ad essa associata, la sociologia], ovvero l’allestimento di tutta una serie di discipline che devono intervenire laddove la famiglia si dimostra carente (orfanotrofi, case di correzione, cliniche private ecc.), sia per rifamilizzare gli individui sia, dove ciò non è possibile, per sostituire il potere familiare. Siamo ad un punto fondamentale del discorso di Foucault. Secondo lui, proprio in questo contesto di sostituti disciplinari della famiglia appare quella che egli chiama la FUNZIONE-PSY (dove psy sta per psicopatologica, psichiatrica, psicanalitica, psicocriminologica, psicosessuale), ovvero la funzione che predispone un dispositivo, inteso come sistema di articolazione tra un potere e un sapere, ovunque la sovranità familiare presenta delle crepe. Questa funzione-psy è evidentemente nata nell’ambito della psichiatria, alla quale la famiglia chiedeva la rifamilizzazione dei suoi elementi perturbatori, ma si è estesa rapidamente – e questo è oggi sotto gli occhi di tutti – a tutti i sistemi disciplinari, dove è chiamata a svolgere il ruolo di disciplina supplementare per gli indisciplinati provenienti dalle scuole, dalle caserme, dalle fabbriche, oggi dalle aziende ecc. E a questo punto (siamo nella seconda metà del XIX secolo ed è evidente che Foucault sta abbozzando una genealogia della psicanalisi) i saperi organizzati intorno alla funzione-psy si mettono a tenere un discorso teorico, un discorso di verità che spiega le carenze disciplinari con le carenze familiari (per esempio: “non riesci ad essere promosso a scuola perchè mamma e papà non ti abbracciavano abbastanza”).
Qui si inserisce la seconda questione cui avevo accennato prima. La psichiatria della prima metà del XIX secolo (che Foucault chiama giustamente proto-psichiatria) infatti era nata in rottura con la famiglia, sia da un punto di vista giuridico (l’internamento del folle si compiva lungo l’asse amministrazione statale-sapere medico) sia da un punto di vista teorico (con il principio dell’isolamento terapeutico secondo il quale il folle doveva essere piazzato al di fuori dell’ambiente familiare) sia da un punto di vista terapeutico (a guarire il folle sono i rapporti di potere messi in atto dall’ospedale stesso e dalla figura del medico-direttore, e non i valori familiari). A partire dalla metà del secolo la psichiatria si ricentra intorno a queste due idee: 1) l’analogia tra il bambino e il folle [tocchiamo la questione immensa della psichiatrizzazione dell’infanzia, di cui possiamo parlare dopo] e 2) la valorizzazione terapeutica degli elementi familiari. Di fronte a questo cambiamento epistemologico Foucault va a cercare la spiegazione nella pratiche effettive dell’epoca, e in particolare la trova nell’attività delle case di cura per le malattie mentali private (quasi tutti i grandi nomi della psichiatria dell’epoca lavoravano sia nei manicomi pubblici sia nelle loro cliniche private). Le famiglie borghesi, agiate si rivolgevano a tali istituti per preservare il loro buon nome, tenere nascosta la faccenda della follia, e chiedevano, dietro compenso, di ottenere un individuo adatto al dispositivo familiare. L’ambiente terapeutico e il discorso della psichiatria iniziano così ad essere penetrati da elementi e concetti familiari, ma il prezzo da pagare per le famiglie è l’accettazione di una maggiore pressione del potere-sapere psichiatrico sui genitori affinché sorveglino i loro figli e li controllino per scovare tracce di anomalie. La famiglia viene un po’ disciplinata in cambio della sua centralità nel discorso psy (notiamo incidentalmente che questo meccanismo è molto ben esemplificato dal problema della masturbazione nell’articolazione tra dispositivo medico-psichiatrico, famiglia e dispositivo di sessualità: i medici incitano i genitori a stare letteralmente addosso ai loro figli, a osservare minuziosamente il loro corpo, a toccarlo se necessario, per rintracciare segni della masturbazione; si crea così un ambiente sessualmente saturato; l’eventuale piccolo onanista viene in seguito portato davanti al medico, l’unico deputato a raccogliere la sua confessione; infine, il medico si mette a spiegare la condotta dell’onanista riferendosi precisamente alle dinamiche sessuali interne alla famiglia che egli stesso ha contribuito a creare).
Dunque, doppio processo correlato: la famiglia diventa il referente di verità di ogni sapere psy e i dispositivi psy diventano la principale strategia di potere che presiede alla creazione delle soggettività docili contemporanee.
Finisco con un richiamo all’attualità, perchè credo che questo sia il punto fondamentale del lavoro di Foucault: fornirci degli strumenti analitici per analizzare la trama storica in cui siamo costituiti e cercare di conseguenza di modificare noi stessi e gli altri, resistere. Abbiamo visto dunque che egli si chiede sempre come funziona la famiglia in un campo di potere dato. Noi abbiamo oggi sotto gli occhi una proliferazione pubblica consistente di discorsi teorici sulla famiglia (discorsi politici sulla famiglia come istituzione e attore sociale; discorsi morali e religiosi sulla naturalità della famiglia ecc.). Invece che restare imprigionati al loro interno, Foucault ci suggerisce di andare a cercare quali sono i supporti, in termini di tecniche e di rapporti di potere, che sostengono tali discorsi, e come si articolano tra di loro il supporto e il supportato. Proviamo per esempio a pensare all’effetto che suscita, alla luce dell’analisi foucaultiana, una frase, tra le tante, pronunciata qualche mese fa da J. Ratzinger, meglio conosciuto come Benedetto XVI: “La difesa della famiglia naturale è uno strumento indispensabile per il mantenimento della SALUTE di una società”.
COME FUNZIONA IL PARTITO DEMOCRATICO?
PARTE 2/FINE: CHE GRANDI RISATE
L’immagine più bella di questa crisi di governo è andata in onda in diretta ieri pomeriggio su raidue. Non avevo voglia di adempiere ai miei doveri e mi sono guardata le dichiarazioni di voto alla camera, ebbene si. Comunque, Fini fa un discorso molto duro contro il governo Prodi e a un certo punto rievoca la caduta di Prodi del 1998 e la commenta più o meno così: “quando la storia si ripete, si ripete in forma di farsa”. Nei banchi del governo qualcosa si muove e il regista inquadra D’Alema che con un sorrisetto sardonico scherza con qualcuno (forse Chiti, gente così); il labiale si legge benissimo: “ma questo è Marx... ah ah, è inconsapevole, è inconsapevole”.
“Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per cos’ dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”
Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
D’Alema ha studiato e usa i suoi studi come una barzelletta da snob. Fini, anche se non sa da dove proviene la citazione, ne ha colto l’opportunità, e la usa.
COME FUNZIONA IL PARTITO DEMOCRATICO?
PARTE PRIMA: LA SICUREZZA.
Qualche settimana fa non mi ricordo chi scriveva sul Corriere – forse Sergio Romano, una cosa così – che il PD sta suscitando un sacco di discussioni futili su candidature e nomenclature ma purtroppo pochissime discussioni politiche. Bene, cerchiamo di prendere sul serio anche il PD...
Per farlo penso che si debba saltare un certo numero di questioni legate all’organizzazione, alle fusioni e alle scissioni e esaminare un po’ i discorsi che attraversano questa nuova macchina politica. La prima cosa che colpisce la mia attenzione è un’affermazione, un enunciato che circola un po’ dappertutto tra dirigenti, “intellettuali”, giornalisti, sindaci, militanti del PD: la sicurezza non è di destra né di sinistra. Ora, mi sembra che il caso dell’ordinanza fiorentina contro i lavavetri sia un punto privilegiato per capire la politica del PD, tenendo conto che si tratta di un provvedimento che viene da un comune amministrato da un sindaco molto noto di centrosinistra, e si sa quale peso abbiano i sindaci nella nascita del PD (il “candidato” è un sindaco, Cofferati sindaco di Bologna aveva anticipato di un paio d’anni la questione).
Se ho ben capito ciò che viene contestato ai lavavetri non sono che “comportamenti aggressivi” e disturbo del “decoro” cittadino, in altri termini: una minaccia alla sicurezza. E allora, che cos’è questa sicurezza? Nonostante alcune teste fini del PD giochino a scambiare tra di loro “legalità” e “sicurezza”, non si tratta affatto della stessa cosa. Non mi risulta che il codice penale punisca dei comportamenti pericolosi, degli atteggiamenti aggressivi, delle deviazioni dal pubblico decoro. Il codice penale punisce degli atti che infrangono una barriera tra lecito ed illecito, o almeno questa è la sua storica tendenza (sulle trasformazioni del diritto penale nel senso di un progressivo spostamento dalla punizione dell’atto alla punizione-correzione della personalità che lo compie ci sarebbe da dire assai, ma non adesso, anche perchè non ne sarei in grado su due piedi). Infatti non è una legge che punisce i lavavetri ma un’ordinanza, un provvedimento amministrativo che eventualmente per avere forza-di-legge poggia su una curiosa capriola del codice penale, il cui articolo 650 punisce chi non rispetta le ordinanze... Visto che non possiamo punire legalmente un comportamento fuori dalla norma cerchiamo di farlo rientrare nel campo della legge passando dalla porta di servizio – ma nonostante tutto quello che si punisce è l’atto di non rispettare l’ordinanza, non il comportamento aggressivo.
Ieri il ministro degli interni Amato, che non è scemo, ha rilasciato questa incredibile dichiarazione: “Ho apprezzato l’iniziativa di Firenze: è giusto creare un clima di legalità anche nelle piccole cose perchè questo contribuisce a far sentire più sicuri i cittadini”.
La legalità è una cosa, la sicurezza “nelle piccole cose” è un’altra, completamente diversa, che rientra nel campo dell’ordine, della norma, della regola di condotta. E punire le condotte è pericolosissimo.
Ma dato che la sinistra è la sinistra e non è la destra, la differenza deve pur stare da qualche parte se non sta nella sicurezza, che non è di destra né di sinistra. Ecco, sta nel fatto che dietro ai lavavetri che vediamo c’è un segreto, un misterioso racket “inventato” dal sindaco di Bologna: noi brava gente solidale di sinistra vogliamo salvare i lavavetri dal racket! Risultato, la sinistra, cioè quella parte che sta al governo ma non confluisce nel PD, ha anche lei la sua soluzione: ma bisognerà allora ben colpire questo racket (“inventato”) e lasciar stare i poveracci, o come dice il Presidente della Camera in linguaggio cristiano, gli “ultimi”. Applausi.
Si diceva di Berlusconi che aveva dichiarato guerra ai magistrati, che minacciava l’indipendenza del potere giudiziario e dello Stato di Diritto. Può darsi che non fosse una vera guerra ma piuttosto un regolamento di conti, un modo perchè gli “affari” di qualcuno non venissero disturbati. Il fatto è che coloro che gridavano allo scandalo ieri sono gli stessi che oggi invocano la sicurezza, che è inevitabilmente illegale. Il PD va alla guerra?
TERRORISMO E BARBARIE
Si, si, va bene il potere pastorale e tutto il resto, ma questi hanno capito benissimo una delle regole principali del discorso politico e istituzionale: Accusa chi ti critica di essere un terrorista. Certo, la critica non era delle migliori (perchè i funerali a Pinochet e non a Welby? è molto semplice: perchè Pinochet era "pubblicamente" cattolico e Welby aveva "pubblicamente" espresso il desiderio di morire. non c'è niente di cui stupirsi), ma almeno ha mostrato bene i limiti del discorso politico e il fatto che la Chiesa cattolica sia un attore politico a tutti gli effetti, dal momento che parla lo stesso linguaggio (questi limiti sono molto angusti: il compagno Rivera, che per altro non sopporto, non ha mica parlato di orge tra cardinali e badesse...).
PASTORALE
È da molto tempo che provo a scrivere qualcosa su papi, vescovi, cardinali e politica, ma non ci sono mai riuscita. Scrivo qualche nota adesso, in ritardo, mentre non si parla che di partito democratico e elezioni francesi.
Un primo punto è cercare di spostare l’attenzione dalle istituzioni ai poteri, o meglio ai rapporti di potere: invece di pensare allo scontro, o all’incontro, tra Stato e Chiesa conviene forse provare a distinguere due tipi di poteri: il potere pastorale e il potere sovrano. Il potere pastorale – oggi largamente istituzionalizzato nella Chiesa – è un tipo di potere particolare (risale alla spiritualità del cristianesimo primitivo, cioè prima dell’istituzione ecclesiastica) che ha una serie di caratteristiche specifiche:
- si esercita su persone e non su cose: il pastore è colui che si prende cura del suo gregge, che lo segue e lo guida;
- riguarda ogni aspetto della vita di ogni singolo membro del gregge: cosa mangia, come si comporta, cosa ama e cosa odia ecc.;
- si rivolge contemporaneamente ad ogni singola pecora e al gregge nel suo complesso, deve tener fede al compito paradossale di prestare attenzione alla salvezza di tutti e di ciascuno;
- fa risiedere al cuore del suo dispositivo l’obbligo dell’obbedienza e quello della verità: il singolo membro del gregge deve credere ad un dogma e all’autorità del pastore, e nello stesso tempo dire la verità su se stesso (l’istituzione della confessione) e con ciò consentire a pastore di interpretare ogni più piccolo movimento della sua “interiorità”.
Il potere sovrano, considerato a partire dal XVII secolo, dalla nascita degli Stati moderni, funziona in tutt’altro modo:
- non si esercita sulle persone ma sui rapporti tra le persone e le cose;
- ha orrore della singolarità dell’individuo e si fonda sull’uguaglianza formale dei soggetti di diritto;
- mette al centro del suo dispositivo la legge e il diritto: non richiede obbedienza incondizionata ma rispetto delle regole, sulle quali immagina un consenso virtuale; non si occupa della verità ma della distribuzione dei corpi e delle risorse.
La storia della convivenza e degli incroci tra questi due tipi di potere è perlomeno secolare. Il punto interessante è che il potere sovrano è in netta crisi, non so da quando ma sicuramente non è un fenomeno tanto recente o dovuto, come si sente dire, alla “globalizzazione” (scusate il termine). Le nostre democrazie funzionano da molto tempo delegando sempre più poteri alle istanze post-pastorali degli esperti, della medicalizzazione, della psichiatrizzazione, dei sondaggi di opinione ecc., per non parlare dei mercati transnazionali, ovvero tutte istituzioni che si basano più sulla conduzione degli individui che sull’imposizione di leggi. Il punto è che in questo vuoto di sovranità, vuoto pratico e non formale, almeno in Italia, l’istituzione pastorale per eccellenza, la Chiesa Cattolica, si è accorta di potersi infilare e riempirlo.
Ovviamente si tratta di un piccolo schema da prendere con le molle, e ovviamente la soluzione non sarà più sovranità, ma semmai resistere al livello della conduzione dei comportamenti e inventare forme di contro-condotta.
Letture interessanti:
Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano 2006.
Jacques Rancière, Il disaccordo, Meltemi, Roma 2007.
E’ morto Baudrillard, l’assassino del rigore nel pensiero e nell’analisi.
GOVERNO.
Faccio un avviso preliminare: cercherò di parlare il meno possibile il linguaggio del “discorso politico” corrente, perché sono convinta dell’importanza della critica come attitudine generale e come esercizio del pensiero: sono davvero urgenti degli spostamenti laterali rispetto al discorso politico corrente; è urgente un’analisi del presente.
Mi contraddico immediatamente e parto dalla questione più “politica”, ovvero quella della cosiddetta sinistra radicale e dei suoi adepti tacciati di idealismo, retorica vuota, irresponsabilità, mancanza del senso della realtà. Bisogna stare molto attenti a fare appello alla realtà; bisogna stare molto attenti a presentare un’alternativa logica secca e tra realtà e astrattezza. Da sempre il pensare conservatore usa la realtà come ricatto e la presenta come un blocco monolitico, una sostanza cui appellarsi per scongiurare i cambiamenti. La realtà è invece una serie di rapporti tra uomini/donne, linguaggio e cose in perenne stato di fragilità: compito del pensare di sinistra è cercare di individuarne le linee di rottura e gli spazi di trasformazione possibile, trasformazione che è al contempo un cambiare se stessi mantenendosi in rapporto con gli altri/e, il linguaggio e le cose.
Questo come quadro generale. Si tratta di prendere ciò che è considerato “ovvio” e “necessario” e cercare di mostrarne la costruzione e la fragilità.
Nello specifico, è verissimo che la politica è fatta di strategie e tattiche. I due senatori che non hanno votato ieri avrebbero fatto meglio a porsi un altro problema, invece di arroccarsi nella loro “cittadella interiore” e salvare la loro posizione singolare, ovvero il problema di un parlamento che in larghissima maggioranza approva la missione militare italiana in Afghanistan – con o senza di loro. E’ davvero stupefacente un atteggiamento così esasperatamente individualistico da parte di persone che si definiscono “comunisti”. Da questo punto di vista, valeva sicuramente la pena di votare, scegliendo il cosiddetto male minore.
Detto questo, i processi politico-morali in nome della realtà, come accennavo, non mi piacciono proprio. La violenza contro quei due senatori è un sintomo pericoloso di conservatorismo, e non mi riferisco al contenuto delle loro idee ma al modo e alla furia con cui vengono attaccati. A voler essere onesti, si dovrebbe parlare del quadro generale, un quadro fatto di una vittoria alle elezioni dell’anno scorso davvero scarsa, di un Senato sempre sull’orlo del precipizio, di una coalizione che presenta voltagabbana, clericali intransigenti, individualisti comunisti… Si dovrebbe anche forse parlare del come sia arrivata una vittoria così stretta dopo cinque anni di Berlusconi, sul quale non è necessario commentare. Si dovrebbe parlare del perché i DS (“il maggior partito della sinistra”) hanno preso così pochi voti, invece di vagheggiare un Partito Democratico (da costruire insieme a gente come Paola Binetti) nel cui manifesto politico-culturale si parla, senza temere il ridicolo, di “radici cristiane e illuministe”…Vogliono i DS essere una forza politica o post-politica, appiattita sull’amministrazione?
Sono poi assolutamente contraria a mescolare Vicenza e il voto di ieri. Questo è un errore, e ho anzi il sospetto che non sia un errore, ma il frutto della tendenza acritica del centrosinistra e della stampa a seguire l’ordine del discorso.
Un filosofo francese, Jacques Rancière, ci offre una griglia efficace con cui provare a leggere il fenomeno di protesta politica di Vicenza: la distinzione tra polizia e politica. La polizia è il sistema delle identità, delle funzioni e delle posizioni, più o meno istituzionali, che sono riconosciute a livello pubblico (partiti, associazioni, movimenti consolidati), che formano un blocco solido di elementi tra loro coerenti. La politica è l’evento singolare dell’irruzione di una soggettività nuova nel sistema della polizia. Da questo punto di vista, bisogna fare un piccolo sforzo di attenzione: a Vicenza non protesta la sinistra radicale, il movimento per la pace o altri elementi di polizia; a Vicenza è in corso una soggettivazione politica, la formazione di un soggetto nuovo e irriducibile al sistema poliziesco. La cosa importante è che questo nuovo soggetto è legato ad una questione specifica, non parla la lingua astratta del discorso politico corrente, non rivendica la “pace nel mondo”, non parla di “diritti umani universali” (tutti elementi del linguaggio poliziesco): entra sulla scena e provoca uno scossone politico al sistema di polizia (ci metto, ripeto, anche i cosiddetti “movimenti”) infilandosi una faglia, in uno spiraglio lasciato socchiuso. Il sistema di polizia ha reagito cercando ossessivamente di attribuire un’attività al nuovo soggetto politico: pacifisti, sinistra radicale, antiamericani, affetti da sindrome nimby, addirittura potenziali terroristi. Come Dio nella genesi, il potere si esercita nominando; attribuire un’identità significa assoggettare un soggetto.
Non si tratta qui di rappresentanza parlamentare, non si tratta di vedere quanti vicentini che protestano hanno votato la Lega – si tratta di un’irruzione di politica, e non volerla vedere, o peggio volerle dare un posto prefissato, è un riflesso preoccupante, una cecità strategica intollerabile per persone che si definiscono di “sinistra”.
Spero che il governo Prodi in qualche modo continui ad esistere, non perché ho qualche aspettativa, ma perché è meglio di Berlusconi. Infatti non do troppa importanza all’atto di votare e alla rappresentanza “poliziesca”. Il voto è un gesto politico come tanti altri, certo meno importante di altri, e un atto politico perlomeno altrettanto importante mi sembra non voler essere imbrigliato sotto l’etichetta “elettore di …”. L’esercizio di sé e degli altri nel pensiero, l’ attitudine critica, di origine kantiana, a voler cercare le condizioni e i limiti della nostra attualità, sono per me gesti politici irrinunciabili, dettati dalla volontà di non essere governati, e intendo “governo” in senso ampio: esercitare un’azione su azioni altrui. Il desiderio di essere governati mi fa invece molta paura.