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martedì, 19 aprile 2005

ho un nuovo rappresentante in terra! C.M. Martini! no come.....chi?....ratzinger?l'andreotti del Vaticano....chi rappresenta? DIO!?!?! eddai burloni, io lo volevo nero o palestinese.....come non mi posso toccare più? un crocifisso anche in cantina? ma cosa dice? dio usa anche coloro che sono insufficienti? ah deficienti voleva dire si è confuso....no dai ratzinger no, piuttosto un P.a.B., ma in base a cosa l'hanno votato? ah decisioni da Washington allora....

che ne dici Boy? boy, dove sei finito? che strano un rogo sul sagrato......

Una perla dispensata da: J.Christ a 19/04/2005 20:15 | link | commenti (14) |


domenica, 10 aprile 2005

 Consigliamo vivamente di visitare il blog "Ratzinger Papa", dedicato all'arcigno Prefetto della congregazione per la dottrina della fede. Trovate il link qui a fianco e il banner poco sotto. é molto bello.

Una perla dispensata da: StefaniaAriosto a 10/04/2005 17:43 | link | commenti (13) |


venerdì, 01 aprile 2005

TERRI SCHIAVO TRA MORTE E POLITICA.

“Per millenni l’uomo è rimasto quel che era per Aristotele: un animale vivente e, inoltre, capace di esistenza politica; l’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua vita di essere vivente”. Michel Foucault, La volontà di sapere (1976).

 

Dalla fine del XVIII secolo, dai tempi della rivoluzione industriale, il potere politico si è gradualmente trasformato da un potere di vita e di morte (ovvero un potere di dare la morte) ad un potere di far vivere, di assicurare e di potenziare la vita degli uomini, una vita da intendere nella sua pluridimensionalità, che va dal mero fatto biologico di vivere alla vita sociale di una collettività (con le sue opinioni, convinzioni, abitudini ecc.), dalla vita organica di un singolo corpo fino alla vita (etica, sessuale, politica ecc.) del soggetto formato, alla forma-di-vita. In altri termini, il potere politico si è convertito in una “biopolitica”, un potere che ha come bersaglio la vita, o meglio ancora i modi di vita, il come della vita. Le autorità politiche, di concerto con altre istituzioni disseminate nel corpo sociale, hanno assunto il compito di gestire la vita nel nome del benessere di tutti e di ciascuno, della popolazione intesa come specie biologica e ordine vitale e di ciascuno dei suoi soggetti viventi. La politica si rivolge ai processi vitali dell’esistenza umana (dimensioni e qualità della popolazione; riproduzione e sessualità; mortalità e curva delle malattie; relazioni familiari; anomalie sociali…). La nascita delle istituzioni assistenziali, la medicina sociale, la psichiatrizzazione medica della giustizia penale sono solo i primi fatti biopolitici di una parabola che continua fino a noi, fino alle intersezioni tra tecnologia e biologia, ai progressi della genetica, alla ricerche psicofarmacolgiche ecc., tutti fenomeni che vanno a coincidere sempre di più con il terreno stesso della (bio)politica, assumendo valore per le istituzioni politiche. Il corpo, individuale e di una popolazione, e i soggetti, vengono modellati secondo un imperativo della salute che forgia le loro identità. Come conseguenza, il terreno della lotta politica si è spostato sempre di più verso la vita stessa: la lotta per la codificazione di un diritto alla vita, un diritto alla salute, alla felicità ecc. sono solo alcuni esempi dell’entrata della vita nel campo politico, che erano impensabili prima dell’apertura dell’orizzonte biopolitico (codificazioni peraltro ambigue, perché il diritto, con il suo carattere puramente formale, è estraneo a questo ordine di preoccupazioni, e spesso in conflitto con esse; vedi Bush che vola di notte per approvare una legge ai limiti della costituzionalità per tenere in vita Terri Schiavo).

 

Questa valorizzazione, biologica e culturale, della vita, che diventa la superficie principale dell’esercizio politico del potere, porta con sé una rimozione della morte, dal momento in cui la morte diventa, parallelamente al limite della vita, anche il limite del potere politico. Nello stesso tempo in cui la civiltà occidentale diviene sessocentrica, la morte ne diventa il vero tabù. Forzatamente privata di senso e di valore sociale, la morte viene nascosta, o meglio obliata in quanto “opzione” del soggetto non offerta alla presa del potere politico, relegata in spazi appositamente separati e guardata con orrore (per esempio, di fronte al terrorismo suicida l’Occidente tende ad autorappresentarsi come “cultura della vita” in opposizione ad un’enigmatica “cultura della morte”). La morte non può e non deve essere inserita in uno spazio, in uno scarto tra il potere (potere di far vivere) e il soggetto che la assume su di sé con la sua libertà. Nell’orizzonte biopolitico la morte può mantenere un senso solo se subordinata e strumentalmente finalizzata alla vita (morte in guerra per la vita della propria popolazione, pena di morte per lo stesso motivo…). Ora, in questo quadro di esaltazione e di abuso del concetto di vita, le istanze religiose di sacralizzazione della vita, seppur con diverse contraddizioni e punti di frizione, si innestano e proliferano, come si è visto per i fans della "nuda vita" di Terri Schiavo. Di fronte ad una morte individualizzata e squalificata, il valore della vita è, come ogni valore, ciò che è con-divisibile e socializzato, e pertanto la morte di Terri Schiavo diventa incondivisibile e non socializzabile, senza senso e senza valore. In più la vita di Terri Schiavo possiede un fascino religioso particolare in quanto vita che non può scegliere, e di conseguenza non può scegliere neanche di darsi la morte ma è interamente consegnata alle cure familiari – vita perfettamente religiosa che non può (un non può che viene interpretato religiosamente, forse in quel suo strano ghigno, come un non vuole) rifiutare il dono assoluto della vita. Non è la politica ad inseguire il caso “Terri Schiavo”; la politica è il “caso Terri Schiavo”.

Una perla dispensata da: StefaniaAriosto a 01/04/2005 14:35 | link | commenti (9) |