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mercoledì, 21 settembre 2005

CONTRO I MATRIMONI GAY E LA VIOLENZA DELL'ASSIMILAZIONE

ciao a tutt*.

Oggi sono particolarmente disgustato perchè stavo pensando ai PACS e ho avuto un incubo distopico in cui la mia amante preferita divorziava dal marito e mi chiedeva di Pacsarla, poi le immagini di lista pacs da D&G e viaggio di pacs a mikonos mi hanno svegliato e indotto a scrivere. A scrivere che io sono contro l'assimilazione. E che mi disgusta vedere froce e froci lottare per il matrimonio, l'adozione, il servizio militare e l'ordinazione sacerdotale. Piuttosto che per nuovi modelli di famiglie, per la pace e per una spiritualità più autentica. La gente mi dice che si deve pure partire da qualcosa, che siccome siamo  endemicamente discriminat*, violat*, diffamat*, etc etc, l'assimilazione è almeno una strategia per combattere la violenza. Per me l'assimilazione è violenza.
Potrei racconatarvi innumerevoli episodi di omofobia, potrei commuovervi con storie strappalacrime di famiglie che ti rinnegano, amici e amiche che ti rifuggono, potrei dirvi quanto sia davvero brutto non poter tenere per mano la mia fidanzata per strada, perchè se dovessimo rispondere a tutti i commenti e gli insulti  ci metteremmo due ore a fare 10 metri. Ma io preferisco questo tipo di violenza alla violenza dell'assimilazione, non baratterò l'una con l'altra e se non troverò un modo per alleviare entrambe continuerò a godere dei vantaggi personali che trovo nell'essere un deviante sessuale e di genere.
Non invitatemi ai vostri matrimoni.

Boy.

Una perla dispensata da: BoyGeorge a 21/09/2005 16:50 | link | commenti (2) |


lunedì, 12 settembre 2005

LE VACANZE SON FINITE... UNA QUESTIONE MARGINALE.

Uno spettro si aggira per la penisola, lo spettro del Cinema Italiano.

Come ogni anno durante il festival del cinema di Venezia, i maggiori quotidiani nazionali e le trasmissioni televisive della RAI si lanciano in panegirici e desideri sul fantomatico Cinema Italiano. L'ineffabile Natalia Aspesi apriva su Repubblica la sua cronaca dalla mostra augurandosi, anzi implorando quasi di "premiare il Cinema Italiano"; lo splendido Marzullo compariva in video per domandare a degli stereotipici produttori/papponi che cosa il Cinema Italiano ha da invidiare al cinema hollywoodiano - sono solo piccoli esempi. Proviamo allora per una volta a prendere sul serio questa formula così condivisa da quelli che sono, è bene ricordarlo, le fonti pressochè assolute dell'informazione culturale in Italia. Alcuni presupposti si riescono ad individuare:

parlare di Cinema Italiano significa considerare il cinema (in quanto arte, linguaggio, sistema di segni ecc...) non come un'entità monolitica ma come un qualcosa di differenziato e plurale;

il criterio per questa differenziazione sarebbe il concetto di 'nazionalità', il caro buon vecchio concetto di Stato-Nazione;

ogni cinema nazionale dovrebbe dunque essere portatore di certi tratti comuni che permettono un'aggregazione interna e al contempo di marcare una distanza con gli altri cinema.

Sul primo punto possiamo ragionevolmente essere d'accordo, ma quando ci rendiamo conto del secondo presupposto le cose si complicano: è un buon criterio di demarcazione della differenza dei cinema la nazonalità? (Non voglio essere troppo cavillosa e prendo in considerazione l'idea che parlare di cinema nazionale non sia che un uso convenzionale e pragmatico per intendersi in linea generale; in questo modo però non si capisce perchè si auspica che venga premiato proprio un cinema nella sua specificità rispetto agli altri - sospetto: non è che si vuole premiato il Cinema Italiano perchè siamo in Italia, cioè per banale spirito cultural-patriottico?) Al di là della retorica della globalizzazione e del fatto che molte produzioni sono transnazionali, mi sembra evidente che qui non si tratta di soldi nazionali e che il presupposto riguardi piuttosto, non necessariamente a livello cosciente, l'idea al lavoro di una comunicazione fondamentale tra i prodotti culturali di una Nazione e lo spirito del popolo che la compone, la storica idea del riconoscimento identitario tra il singolo e la collettività nazionale, ovvero idee metafisiche acriticamente accettate. Ne consegue facilmente che l'ultimo presupposto non regge, dato che non possiamo concepire a priori una matrice nazionale nei film "italiani" e se la cerchiamo empiricamente, a posteriori, il problema si fa insormontabile (che cosa c'è di comune tra Muccino e Garrone, o tra Cristina Comencini e Ciprì e Maresco?).

Lo spettro del Cinema Italiano sembra sempre di più materializzarsi nel sospetto di cui parlavo sopra.      

Una perla dispensata da: StefaniaAriosto a 12/09/2005 14:13 | link | commenti (5) |