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GOVERNO.
Faccio un avviso preliminare: cercherò di parlare il meno possibile il linguaggio del “discorso politico” corrente, perché sono convinta dell’importanza della critica come attitudine generale e come esercizio del pensiero: sono davvero urgenti degli spostamenti laterali rispetto al discorso politico corrente; è urgente un’analisi del presente.
Mi contraddico immediatamente e parto dalla questione più “politica”, ovvero quella della cosiddetta sinistra radicale e dei suoi adepti tacciati di idealismo, retorica vuota, irresponsabilità, mancanza del senso della realtà. Bisogna stare molto attenti a fare appello alla realtà; bisogna stare molto attenti a presentare un’alternativa logica secca e tra realtà e astrattezza. Da sempre il pensare conservatore usa la realtà come ricatto e la presenta come un blocco monolitico, una sostanza cui appellarsi per scongiurare i cambiamenti. La realtà è invece una serie di rapporti tra uomini/donne, linguaggio e cose in perenne stato di fragilità: compito del pensare di sinistra è cercare di individuarne le linee di rottura e gli spazi di trasformazione possibile, trasformazione che è al contempo un cambiare se stessi mantenendosi in rapporto con gli altri/e, il linguaggio e le cose.
Questo come quadro generale. Si tratta di prendere ciò che è considerato “ovvio” e “necessario” e cercare di mostrarne la costruzione e la fragilità.
Nello specifico, è verissimo che la politica è fatta di strategie e tattiche. I due senatori che non hanno votato ieri avrebbero fatto meglio a porsi un altro problema, invece di arroccarsi nella loro “cittadella interiore” e salvare la loro posizione singolare, ovvero il problema di un parlamento che in larghissima maggioranza approva la missione militare italiana in Afghanistan – con o senza di loro. E’ davvero stupefacente un atteggiamento così esasperatamente individualistico da parte di persone che si definiscono “comunisti”. Da questo punto di vista, valeva sicuramente la pena di votare, scegliendo il cosiddetto male minore.
Detto questo, i processi politico-morali in nome della realtà, come accennavo, non mi piacciono proprio. La violenza contro quei due senatori è un sintomo pericoloso di conservatorismo, e non mi riferisco al contenuto delle loro idee ma al modo e alla furia con cui vengono attaccati. A voler essere onesti, si dovrebbe parlare del quadro generale, un quadro fatto di una vittoria alle elezioni dell’anno scorso davvero scarsa, di un Senato sempre sull’orlo del precipizio, di una coalizione che presenta voltagabbana, clericali intransigenti, individualisti comunisti… Si dovrebbe anche forse parlare del come sia arrivata una vittoria così stretta dopo cinque anni di Berlusconi, sul quale non è necessario commentare. Si dovrebbe parlare del perché i DS (“il maggior partito della sinistra”) hanno preso così pochi voti, invece di vagheggiare un Partito Democratico (da costruire insieme a gente come Paola Binetti) nel cui manifesto politico-culturale si parla, senza temere il ridicolo, di “radici cristiane e illuministe”…Vogliono i DS essere una forza politica o post-politica, appiattita sull’amministrazione?
Sono poi assolutamente contraria a mescolare Vicenza e il voto di ieri. Questo è un errore, e ho anzi il sospetto che non sia un errore, ma il frutto della tendenza acritica del centrosinistra e della stampa a seguire l’ordine del discorso.
Un filosofo francese, Jacques Rancière, ci offre una griglia efficace con cui provare a leggere il fenomeno di protesta politica di Vicenza: la distinzione tra polizia e politica. La polizia è il sistema delle identità, delle funzioni e delle posizioni, più o meno istituzionali, che sono riconosciute a livello pubblico (partiti, associazioni, movimenti consolidati), che formano un blocco solido di elementi tra loro coerenti. La politica è l’evento singolare dell’irruzione di una soggettività nuova nel sistema della polizia. Da questo punto di vista, bisogna fare un piccolo sforzo di attenzione: a Vicenza non protesta la sinistra radicale, il movimento per la pace o altri elementi di polizia; a Vicenza è in corso una soggettivazione politica, la formazione di un soggetto nuovo e irriducibile al sistema poliziesco. La cosa importante è che questo nuovo soggetto è legato ad una questione specifica, non parla la lingua astratta del discorso politico corrente, non rivendica la “pace nel mondo”, non parla di “diritti umani universali” (tutti elementi del linguaggio poliziesco): entra sulla scena e provoca uno scossone politico al sistema di polizia (ci metto, ripeto, anche i cosiddetti “movimenti”) infilandosi una faglia, in uno spiraglio lasciato socchiuso. Il sistema di polizia ha reagito cercando ossessivamente di attribuire un’attività al nuovo soggetto politico: pacifisti, sinistra radicale, antiamericani, affetti da sindrome nimby, addirittura potenziali terroristi. Come Dio nella genesi, il potere si esercita nominando; attribuire un’identità significa assoggettare un soggetto.
Non si tratta qui di rappresentanza parlamentare, non si tratta di vedere quanti vicentini che protestano hanno votato la Lega – si tratta di un’irruzione di politica, e non volerla vedere, o peggio volerle dare un posto prefissato, è un riflesso preoccupante, una cecità strategica intollerabile per persone che si definiscono di “sinistra”.
Spero che il governo Prodi in qualche modo continui ad esistere, non perché ho qualche aspettativa, ma perché è meglio di Berlusconi. Infatti non do troppa importanza all’atto di votare e alla rappresentanza “poliziesca”. Il voto è un gesto politico come tanti altri, certo meno importante di altri, e un atto politico perlomeno altrettanto importante mi sembra non voler essere imbrigliato sotto l’etichetta “elettore di …”. L’esercizio di sé e degli altri nel pensiero, l’ attitudine critica, di origine kantiana, a voler cercare le condizioni e i limiti della nostra attualità, sono per me gesti politici irrinunciabili, dettati dalla volontà di non essere governati, e intendo “governo” in senso ampio: esercitare un’azione su azioni altrui. Il desiderio di essere governati mi fa invece molta paura.